Le messi del solstizio. Memorie 2. 1937-1960 by Mircea Eliade

Le messi del solstizio. Memorie 2. 1937-1960 by Mircea Eliade

autore:Mircea Eliade
La lingua: ita
Format: epub
pubblicato: 2016-11-13T16:00:00+00:00


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Come ho scritto all'inizio di questo capitolo, il 1950 fu l'anno delle conferenze, degli incontri e dei congressi. Appena rientrato dalla Svizzera, partii, il 3 settembre, per Amsterdam, dove aveva luogo il Congresso internazionale di storia delle religioni. Il professor Gerardus van der Leeuw, presidente del Congresso, mi aveva nominato nel comitato di iniziativa per la creazione dell'Associazione internazionale di studi storicoreligiosi, cosicché dovetti partecipare a tutte le discussioni preliminari. (Ebbi, come tutti gli altri, la soddisfazione di assistere alla proclamazione solenne dell’Associazione, l'ultimo giorno del Congresso; il professor Bleeker venne nominato segretario generale e Raffaele Pettazzoni vicepresidente e direttore della nuova rivista «Numen»). Poiché non avevo denaro sufficiente per pagarmi un albergo, fui alloggiato presso un privato: una stanza di servizio, con una branda, senza un tavolo per scrivere e senza bagno. In quella settimana, alcuni colleghi, con il pretesto che avevano scoperto un «ristorante esotico» o una «autentica taverna olandese», mi invitavano sempre a pranzo.

Come in ogni Congresso internazionale, la parte più importante fu costituita non tanto dalle conferenze e dalle comunicazioni quanto dalle discussioni con i maestri e i colleghi di altri paesi e di altri continenti. Alcuni di questi li incontrai per la prima volta proprio allora, ad Amsterdam, dove presentai una breve comunicazione, «Mythes cosmogoniques et guérsons magiques», che avrei sviluppato più tardi in Aspects du mythe7. Ricordo ancora le discussioni con Stig Wikander e Maurice Leenhardt, la passeggiata con i coniugi Puech e Jean Filliozat al giardino zoologico, il ricevimento al Rijksmuseum...

La Nuit bengali uscì, finalmente, a settembre8, ma non ottenne il successo—né di critica, né di pubblico—che io e Brice Parain ci aspettavamo. D'altra parte, Gustave Payot sembrava seccato per il fatto che avessi pubblicato un «romanzo», meno di due anni dopo il Trattato di storia delle religioni.

«Il suo nome», mi disse, «evoca nell’animo dei lettori un orientalista e uno storico delle religioni. Non deve disorientarli!».

Aveva, sicuramente, ragione. Ma io ritenevo che la tradizione della rigida ripartizione imposta dal positivismo (l’obiettività della ricerca scientifica e del pensiero filosofico, da una parte, la soggettività delle creazioni artistiche, dall’altra) fosse diventata desueta. Non potevo dimenticare che quasi tutti i filosofi tedeschi dell'inizio del xix secolo avevano scritto dei romanzi, né che il successo di autori come Gabriel Marcel, Albert Camus o Jean-Paul Sartre aveva dimostrato la solidarietà tra il pensiero filosofico e la creazione letteraria9. Mi ero, però, ingannato, scegliendo Maitreyi per il mio debutto letterario in Francia. Quanti lettori avrebbero potuto decifrare, come Gaston Bachelard, «une mythologie de la volupté» in questo romanzo di gioventù?

Per fortuna, in quell’autunno del 1950, credevo che La Nuit bengali avrebbe potuto avere un certo successo, per lo meno commerciale, che mi avrebbe permesso di chiedere ancora un anticipo sui diritti d’autore. La nostra situazione finanziaria si aggravava con il passar del tempo. Eravamo costretti a chiedere prestiti agli amici e a Sibylle per pagare l’affitto della camera e un pasto al giorno al ristorante (pertanto così a buon mercato) di rue de Sèvres.

Alla fine di settembre, partecipai al Congresso di psicologia religiosa organizzato da padre Bruno e da «Études carmélitaines».



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